Gonzaga, Giulia – Duchessa (Gazzuolo,

[Mantova], ca. 1513 – Napoli, 19 apr. 1566).

Nata dal duca Lodovico e da Francesca Fieschi (imparentata con gli Estensi di Ferrara) non più tardi del 1513, essendo andata sposa il 25 luglio 1526 a Vespasiano Colonna (1480-1528), conte di Fondi e duca di Traetto (oggi Minturno), appena tredicenne, almeno stando alla notizia tramandata da Ireneo Affò, il suo più accreditato biografo. Vespasiano la portò a visitare Fondi (ago. 1526), cittadina campana del suo feudo, un tempo appartenuta ai Caetani e di recente donata da Carlo VIII a Prospero Colonna (suo padre). Ma la donna fino al 1528 risiedette nel castello di Civita Lavinia (oggi Lanuvio), con qualche puntata alla rocca di Paliano. A Fondi e Lanuvio il ménage coniugale durò poco, perché Ve­spasiano dovette dare l’assalto a Roma e al papa, che il 20 settembre di quell’anno si rifugiò in Castelgandolfo. Il 13 marzo 1528 Vespasiano venne a morte, non prima di aver vergato a Paliano un te­stamento nel quale lasciava erede universale dei feudi tanto nello Stato della Chiesa quanto nel Regno la moglie, ma solo finché ella avesse mantenuto il suo stato di vedova. Il testamento fu causa di una serie di contrasti fra la G. e la figliastra Isabella (1513-1570), che ne contestava gran parte, anche se in vir­tù di esso avrebbe potuto ereditare 30.000 ducati di terre se avesse sposato Ippolito de’ Medici, nipote di papa Clemente VII, conservando agli eventuali figli il nome dei Colonna.

La morte di Vespasiano accese anche un’aspra contesa fra esponenti di diversi rami dei Colonna e fra i Colonna e altri signori che a vario titolo pretendevano diritti sul vasto feudo di Fondi, in particolare l’abate di Farfa Napoleone Orsini, marito di una Colonna. Le zuffe si incentrarono su Paliano, da dove nel 1528 le due dame dovettero allontanarsi per ritirarsi nella più tranquilla Fondi. Mentre si ordivano le trame del conflitto fra le due dame (Isabella nel gen. 1531 finirà per sposare Luigi «Rodomonte» Gonzaga, fratello di Giulia e valente capitano d’armi), la corte di Fondi cresceva in splendore e prestigio culturale. Non venne ad increspare più di tanto quello splendore la tragica fine di Luigi «Rodomonte»: accorso a Vicovaro a contenere l’avanzata della banda di Napoleone Orsini che rivendicava al suo Ordine parte del feudo di Fondi, e respinto il nemico, nell’entrare in quella rocca il 3 dic. 1532 venne colpito a morte da un cecchino.

La morte di «Rodomonte» Gonzaga generò tra le due dame un’altra disputa, questa volta intorno all’educazione da impartire al piccolo Vespasiano Gonzaga Colonna, nato a Fondi l’anno prima. Lo splendore della corte e le relazioni che la G. tenne con papi e vescovi non produssero giovamento alla situazione delle popolazioni appartenenti ai vasti feudi, in particolare quella di Fondi, oppressa dal persistente impaludamento e dai miasmi malarici. Nel 1527 la pestilenza che dilagò in quasi tutto il Regno di Napoli si diffuse nella città, avviandone il rapido declino: i 2161 abitanti registrati nel 1532 diminuirono fino a ridursi nel 1636 a soli 332. Nulla si fece mai da parte dei Gonzaga e Colonna per il miglioramento della situazione. La decimazione della popolazione di Fondi (e Sperlonga) subì un’impennata nel 1534 a seguito dell’assalto dei Saraceni. Pare che questi, guidati dal pirata Khayr ed Din detto Barbarossa, perseguissero lo scopo di rapire la G. per farne dono al sultano Solimano il Ma­gnifico. Giulia riuscì a sottrarsi al rapimento, ma l’orda barbarica si dette a eccidi e saccheggi al castello. Stessa sorte toccò a Sperlonga, mentre a Itri la popolazione oppose una strenua resistenza, che convinse il Barbarossa a desistere.

La contessa tornò al palazzo di Fondi, dove imprese a ricostruire ciò che era stato distrutto, ma l’opera non poté nemmeno iniziare che nell’ago. 1535 Ippolito venne misteriosamente a morte in Itri. Da questo momento iniziò la seconda fase della vita della G., caratterizzata dal ritiro dalla vita mondana. L’incontro con il riformatore spagnolo Juan de Valdés, avvenuto a Fondi un mese dopo la morte di Ippolito, determinerà la svolta forse più importante nella sua vita. Sul finire di quell’anno la G. abbandonò Fondi per Napoli, dove ottenne il consenso a risiedere nel convento annesso alla chiesa di S. Francesco alle Monache, nei pressi di S. Chiara; qui si trovò inserita nelle discussioni teologiche di intellettuali e prelati, tra cui spiccavano, accanto al Valdés, il protonotaro apostolico Pietro Camesecchi, il predicatore dei cappuccini Bernardino Ochino e Isabella Briseña. Numerosi furono anche i suoi corrispondenti sparsi in tutta la Penisola, in genere evangelici ed erasmiani spesso in pericolo: Marcantonio Flaminio, Mario Galeota, il cardinale Girolamo Seripando, lo Spadafora, il Merenda, oltre ad alcuni membri della Ecclesia Viterbiensis, in particolare il cardinale inglese Reginald Pole e Vittoria Colonna.

Queste attività dettero un po’ di pace, ma anche ulteriori angosce spirituali, al suo animo disilluso. Giulia trovò piena soddisfazione solo nei colloqui col Valdés, che ci sono arrivati – forse in parte rielaborati letterariamente – con l’Alfabeto cristiano, una delle opere più importanti del riformatore. Dopo la morte di Valdés (luglio 1541), la G. continuò a tenere le fila delle discussioni napoletane e dei rapporti col movimento nazionale, al quale contribuì attraverso un fitto epistolario col Camesecchi, il Seripando e con il gruppo viterbese, ma poi in particolare con l’attività di propaganda e diffusione manoscritta e per stampa di testi giudicati eretici o visti con sospetto, a iniziare proprio con l’Alfabeto cristiano, pubblicato anonimo a cura della stessa G. a Venezia nel 1545 presso la tipografia Nicolò Bagarini. Nel 1550 era stata stampata in Svizzera anche l’opera più importante del predicatore spagnolo, Le centodieci divine considerazioni. Ma l’opera edita dalla G. che diede maggiore contributo alla diffusione dei nuovi orientamenti del movimento riformatore fu II beneficio di Cristo (pubblicato anonimo, ma scritto da fra Benedetto Fontanini), stampato nel 1543 a Venezia per i tipi di Bernardo de’ Bindoni. A partire dal 1542 ci fu una stretta nell’attività della Chiesa contro il protestantesimo. Venne istituita da Paolo III (1534-1549) presso il S. Uffizio la Congregazione dell’Inquisizione romana, che elevò il livello dei sospetti e indagini, condotte queste ultime con accanimento dal Grande Inquisitore Gian Pietro Carafa, che sarà papa Paolo IV (1555-1559).

Caddero nella rete inquisitoriale, oltre ai già noti dei gruppi napoletano e viterbese (Camesecchi, Ochino, Briseña, il cardinale Pole, Vittoria Colonna), anche personalità di spicco come i cardinali Morone e Seripando, il marchese Caracciolo, il generale dell’Ordine degli agostiniani Pietro Martire Vermigli. La stessa G. non poteva essere esente da sospetti e indagini. Sul finire del 1552 i sospetti si tramutarono in attività istruttoria a suo carico, condotta in Napoli dal vicario arcivescovile Scipione Rebiba. L’intervento dei Gonzaga dovette risultare efficace, se – come pare – l’azione inquisitoriale venne interrotta il 9 feb. 1554.

Da allora la G. stette un po’ più ritirata nel suo convento: i suoi sentimenti si ricavano quasi solo dall’epistolario che continuò a tenere col Camesecchi, epistolario pericoloso, perché alla fine del 1557 il protonotario venne convocato al Sant’Uffizio e sottoposto a un nuovo processo, conclusosi pochi mesi dopo la morte della stessa donna con la condanna al rogo, eseguita a Ponte Sant’Angelo il 1° ottobre 1567. La G. era già morta, nel convento di Napoli, il 19 apr. 1566.

BIBL. – Affò 1781; Litta, Gonzaga, tav. II; Manzoni 1870, pp. 187-573; Amabile 1892, I; Amante 1896; Conte-Colino 1901, pp. 151-153; Paladino 1909; Torelli – Luzio 1920-22; Croce 1976, pp. 238-258; Oliva 1985; Guido Dall’Olio in DBI, 57, pp. 783-786; Di Fazio 2003.

[Scheda di Antonio Di Fazio – Ibimus]