Nicolò de’ Vetuli – Vescovo (Viterbo, Sec. XIV)

Figlio di Paolo, era Priore di S. Angelo in Spatha quando fu nominato vescovo di Viterbo-Tuscania. Lo studio delle lettere e la sua conoscenza della medicina gli assicurarono l’amicizia di F. Petrarca che, nel 1350, fu a Viterbo per farsi curare da lui a seguito di un calcio ricevuto da un cavallo.

La città era nelle mani di Giovanni di Vico come buona parte del Patrimonio e un esercito mandato dal pontefice per recuperare il territorio non riuscì nell’impresa. Nel 1353 fu nominato Legato del Patrimonio con ampi poteri il cardinale Egidio Albornoz che nel giro di un anno ricondusse le terre del Patrimonio all’obbedienza della Chiesa. Il 30 settembre 1534 a Montefiascone fu riunito il Parlamento dei comuni e dei signori del Patrimonio per disciplinare il governo dei territori acquisiti dalla Chiesa e provvedere al riordinamento amministrativo della provincia. Le costituzioni emanate in quella circostanza furono poi sostituite da quelle che lo stesso Albornoz promulgò a Fano nel 1357, le Constitutiones Santae Matris Ecclesiae, che si applicarono a tutto lo stato riconquistato Tra le norme contemplate vi erano quelle che imponevano a tutte le comunità dello Stato di adeguare gli statuti già esistenti al contenuto delle nuove Constitutiones e di non promulgarne di nuovi senza la preventiva approvazione dal rettore della Provincia.

Nel 1356 il vescovo N., approfittando della condizione di relativa tranquillità nella Provincia del Patrimonio, convocò un sinodo che si svolse a Montalto e che produsse una revisione delle costituzioni che regolavano la vita della Chiesa a Viterbo. Il sinodo è giunto fino a noi quasi integro.

Il Signorelli, quando parla diffusamente del sinodo di Montalto, dedicandogli il capitolo VIII del Libro V, (Viterbo nella storia della Chiesa) dice che quel sinodo era stato convocato dal vescovo “per procedere alla revisione delle costituzioni della sua chiesa, ritenendo che il diritto già sancito nelle leggi non può provvedere appieno a reprimere tutti gli abusi e le colpe che giornalmente emergono dal vivere sociale e che occorresse ad ogni modo precisare talune disposizioni tuttora troppo dubbie”. Il Signorelli precisa ancora che la sua attenzione era motivata dal voler “rilevare quali fossero i riti chiesastici, quali i costumi del clero e del popolo in quei tempi e quali misure fossero prese per risanarli”. In effetti è proprio ad una revisione dell’organizzazione della sua Chiesa diocesana che il vescovo tende attraverso un sinodo articolato in cinque parti (quattro ci sono pervenute) che riguardavano i privilegi e la condotta del clero, la funzione del sinodo e le garanzie per i privilegi dei chierici, i procedimenti in materia civile e criminale; i matrimoni, i beni ecclesiastici e le costituzioni delle chiese collegiate. Quello che sfugge al Signorelli è la preoccupazione del vescovo di adeguamento normativo della vita della diocesi in un momento di rilevanti mutamenti organizzativi: nel mutare della situazione complessiva il vescovo difende le proprie prerogative rispetto a soggetti nuovi o ad istituzioni antiche che stanno mutando il loro modo di essere e quindi il loro potere.

Una testimonianza diretta del fenomeno accennato è nel capitolo della quarta parte del sinodo del vescovo N. che impone alle chiese collegiate di darsi delle regole scritte o di rivedere quelle già esistenti alla luce delle nuove indicazioni. Egli dà un termine stretto per la redazione delle “costituzioni” delle singole chiese collegiate che poi dovranno essere sottoposte al suo controllo e ai suoi emendamenti. Il contenuto di queste regole dovrà riguardare la condotta dei componenti il collegio, la regolarità della loro investitura, l’organizzazione degli uffici divini nella chiesa, l’amministrazione del patrimonio ecclesiastico, la conservazione dell’edificio di culto.  Le chiese collegiate (comprese le chiese cattedrali) sono le chiese matrici della diocesi, sono il punto di riferimento per le chiese minori e per tutte le cappelle, oratori e sodalizi pii che sorgono in ciascuna città. Di qui l’importanza che il controllo del vescovo diventi effettivo sulla loro vita e sulla loro organizzazione. Se sfugge questa parte della diocesi al controllo del vescovo, sfugge tutta la diocesi. Se questi capitoli sono controllati dal vescovo, non è ancora detto che la sua autorità sia pacificamente accettata ma certo così si sarà compiuto un primo passo importante.

L’importanza del sinodo del 1356 è testimoniata dal fatto che sino agli anni successivi al Concilio di Trento questa rimarrà la regolamentazione vigente e attiva nella Diocesi di Viterbo-Tuscania.

Nel 1364 N. fu ad Avignone e si unì al coro di coloro che supplicavano il papa perché tornasse a Roma. Nel 1367 lo stesso vescovo accolse a Corneto Urbano V e poi lo accompagnò a Tuscania e a Viterbo dove rimase diversi mesi prima di spostarsi a Roma. L’anno seguente il papa fu a lungo a Montefiascone per curarsi da una fastidiosa malattia e questa permanenza nella città che era stata ed era tra le più dirette rivali di Viterbo produsse un riconoscimento importante perché Montefiascone, staccata da Bagnoregio, fu elevata a Diocesi (nel 1369) con il governo di luoghi che in precedenza erano appartenuti alla Diocesi di Catro, di Orvieto e della stessa Viterbo.

Nel 1378 allo scoppio del Grande scisma d’occidente, il vescovo N. si schierò con il papa romano (Urbano VI) ma fu costretto all’esilio perché in città prevalse la parte scismatica. Ritornerà nella sua città solo nel 1383 e morirà nel mese di luglio 1385.

BIBL. – “Catalogus episcoporum omnium Viterbij de quibus notitia haberi potuit ex varijs publicis scriptoris et diplomatibus”, p. 93-95 in CEDIDO, Biblioteca del Capitolo della cattedrale. G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, Vol. I, Viterbo 1907, pp. 365-439; G. Giontella, Cronotassi dei vescovi della diocesi di Tuscania, in “Rivista storica del Lazio”, Anno V, n. 6 (1997), pp.  32-33.

[Scheda di Luciano Osbat – Cersal]