Arte dei fabbri Ferrai di Viterbo
Aggregata a quella degli orafi, argentieri e calderai sotto la protezione di S. Lucia e S. Eligio, di cui si celebra la festa nella chiesa di S. Bartolomeo o in S. Pietro della Rocca e nella chiesa di S. Stefano[1].
Circa alla fine del XV secolo, l’Arte fissa la sua residenza nella chiesa di S. Lucia del Castello (eretta nel 1200 e restaurata nel XV secolo). Si occuperà del restauro della chiesa[2]. Nel 1498 si affida un cottimo per realizzare il soffitto della chiesa a Paolo di Matteo carpentiere e, nel 1578, viene rinnovato il coro.
Oltre l’altare maggiore, la chiesa aveva gli altari del Crocifisso e di S. Alò (S. Eligio), di S. Agata e di S. Apollonia, rinnovati in un atto notarile del 1524.
Nel 1573 viene eseguito il fronte dell’altare maggiore con l’immagine di S. Lucia. L’opera viene commissionata per 120 scudi al viterbese Pompeo Pazzichelli, figlio di Marcantonio, a imitazione della Cappella della Resurrezione di S. Maria della Quercia eseguita per Domenico Poggi [3].
Nel 1605 l’Arte fa rifare, nella chiesa di S. Lucia, gli altari del Crocifisso e di S. Alò[4].
La facciata della chiesa era a capanna, con due piccole finestre ai fianchi dell’ingresso, era priva di ornamenti e portava inciso sull’architrave della porta “Divae Luciae Sacr(um)” in alto era un rosone, di modeste dimensioni, che dava luce all’interno. L’architrave è conservato sotto il portico del Seminario[5].
Nel 1606 l’arte dei Fabbri ha sede nella chiesa di S. Antonio in Valle, in precedenza affidata ai monaci di S. Antonio abate[6].
[1] S. Valtieri, E. Bentivoglio, Viterbo nel Rinascimento, Roma 2012, p. 316.
[2] Ibidem.
[3] Ibidem; v. Buchicchio 2007, pp. 52-70.
[4] M. Galeotti, L’Illustrissima città di Viterbo, Viterbo 2000, p. 557.
[5] M. Galeotti, Op. cit., p. 557.
[6] G. Signorelli. Le chiese di Viterbo, ms.
[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]