Arte dei Maestri della Pietra di Viterbo

Vincenzo Maria Egidi afferma, sulla base dello studio dello statuto del 1461, che l’arte dei Maestri della Pietra fu costituita in quello stesso anno, da artefici lombardi presenti a Viterbo. Nelle approvazioni dello statuto degli anni compresi tra il 1469 ed il 1492 ed in quelli tra il 1542 ed il 1544, l’arte viene chiamata “arte dei lombardi” o “arte dei lombardi residenti a Viterbo”. Lo stesso Egidi ipotizza che l’arte non esistesse prima del 1461, perché nello statuto non si fa menzione della sua attività precedente, e perché, in quella data, l’arte non aveva ancora una sede fissa, né una propria cappella. Lo statuto stabilisce di edificarne una nella chiesa di S. Maria della Verità[1].

Nel 1561 ebbe luogo una ricostruzione dell’arte, evidentemente andata in decadenza, con la quale questa assunse un carattere più “viterbese”; per quanto dai nomi dei giurati, intervenuti si noti ancora una numerosa preponderanza di Lombardi o forestieri. In quella data, l’arte perdette il nome di “arte dei maestri della pietra e di architettura”, per assumere definitivamente quello di “arte dei Muratori”, già comparso nelle approvazioni del 1525 e del 1553[2]. Quella avvenuta nel 1561 sembra più la costruzione di una nuova arte, diversa dalla precedente, piuttosto che una ricostruzione.

Nel 1586 il rettore dell’arte era ancora un lombardo, insieme ad un viterbese (di Sipicciano). Sarà solo nelle Conferme del 1651, che l’arte prenderà la denominazione di “arte dei muratori e tagliapietre”[3].

Nell’Arte erano compresi gli architetti, che nella maggior parte erano di origine lombarda, si riunivano sotto il patrocinio di S. Ambrogio, la cui festività, era prescritto, che si dovesse onorare e riguardare come difensore della magnifica città di Milano, ed in onore del quale i maestri della pietra eressero una cappella nella chiesa di S. Maria della Verità a Viterbo[4].

Nella chiesa l’Arte aveva un altare sito nel braccio sinistro del transetto, dove si conservano ancora brani di affreschi stratificati. In uno di questi è raffigurato un vescovo, probabilmente s. Ambrogio, loro protettore. Di fronte, nel pavimento, troviamo la lapide con le insegne dell’Arte (il piccone, il compasso e la paletta)[5]. Questa cappella di S. Ambrogio è nominata in un atto del 1468, allora era posta tra la sacrestia e la porta piccola d’ingresso alla chiesa; che la cappella si intitolasse a S. Ambrogio si rileva in un atto del 1483. Scriattoli, nel volume Viterbo nei suoi monumenti rileva, nella chiesa di S. Maria della Verità, due diversi emblemi per i lavoratori della pietra e per i muratori[6].

L’arte aveva occupato anticamente, per diversi anni, l’oratorio della chiesa di S. Salvatore (oggi S. Carluccio). Sopra tale oratorio, infatti, esiste ancora oggi un quadro che rappresenta S. Ambrogio vescovo, una volta appartenente all’arte dei muratori[7].

Molti degli elementi architettonici della chiesa di S. Maria della Peste rimandano all’ambiente fiorentino, in particolare al linguaggio brunelleschiano, anche se nella esecuzione sono intervenute maestranze lombarde, numerose a Viterbo e riunite nell’Arte dei Maestri della Pietra[8].

Opera dei maestri lombardi è anche identificabile nella basilica di S. Maria della Quercia dove, già nel 1461, si trovano tracce dei loro interventi[9].

 

[1] V. M. Egidi. Lo statuto dell’arte o compagnia dei maestri della pietra e di architettura della città di Viterbo; in: Biblioteca degli Ardenti di Viterbo. Studi e ricerche nel 150° della fondazione. Viterbo 1960. p. 135.

[2] Ivi. p. 138.

[3] Ibidem.

[4] A. Scriattoli, Viterbo nei suoi monumenti, Roma 1915-20, p. 344.

[5] S. Valtieri, E. Bentivoglio, Viterbo nel Rinascimento, Roma 2012, p. 342.

[6] A. Scriattoli, Op. cit., p. 344.

[7] Cedido, serie Visite pastorali, Visita pastorale Bedini. III. Vol. II. c.

[8] S. Valtieri, E. Bentivoglio, Op. cit., pp. 27, 280, nota 6.

[9] Ivi, p. 333.

[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]