Arte dei Notai, avvocati e procuratori di Viterbo

Istituita nel 1320 da maestro Fardo, ricco notaio viterbese. Sulla sua pietra tombale di Maestro Fardo è scritto: + Sepulchrum / Magistri Fardi, con scolpita rozzamente la sua figura distesa con le mani incrociate e con, sulla spalla destra, uno stemma con la doppia croce, per molti, simbolo dei notai[1].

L’arte stabilisce la propria residenza nella chiesa di S. Maria della Salute. Di detta chiesa sarà confermato all’arte il possesso da papa Martino V nel 1428[2].Sulla parete, a sinistra di chi guarda la chiesa, è un tabernacolo in peperino, con archi a sesto acuto, entro cui è un affresco del XV secolo in rovina, con due figure di santi. Nell’alto del tabernacolo è uno stemma, o distintivo, a forma di triangolo acuto, contenente una croce doppia che, secondo alcuni, è lo stemma dell’Arte dei Notai[3].

All’interno della chiesa, era una tela raffigurante sant’Ivo detto l’avvocato dei poveri. Il quadro è opera di Giovanni Ventura Borghesi datato 1683[4]. Avanti al quadro di sant’Ivo era sant’Ignazio che scrive il libro dei suoi esercizi spirituali, indicata anche col titolo di Visione di sant’Ignazio, donato nel 1746 dall’avvocato Serpieri. L’opera è attribuita a Ludovico Mazzanti (sec. XVII)[5].

Nel 1690 l’Arte fa restaurare la chiesa d S. Maria della Salute affidando l’appalto dei lavori a Giulio Spinedi per scudi 125. Nell’incarico si diceva di ornare gli altari come quello di S. Maria di Loreto nella chiesa dei SS Teresa e Giuseppe; i busti in chiaroscuro, nei colori verde ed oro, doveva eseguirli il pittore Francesco Maria Bonifazi (1637-1722c); era prevista la rimozione delle statue di pietra degli evangelisti, esistenti nelle quattro cantonate della chiesa[6].

Nel 1851 è nominato un quadro della Presentazione di Bartolomeo Cavarozzi (1590-1625), già riportato sulla guida del 1824 ed ancora esistente nel 1875 quando in un elenco dei quadri si legge “In questa chiesa nell’altar maggiore trovasi un quadro rap(presentante) la Presentazione opera di Bartolomeo Cavarozzi. Questo trovasi in tale stato di rovina, che non ha più nessun valore”[7].

 

[1] M. Galeotti, L’Illustrissima città di Viterbo, Viterbo 2000, p. 445.

[2] G. Signorelli. Viterbo nella storia della Chiesa, II, I, Viterbo \1938, p. 243-244.

[3] M. Galeotti, Op. cit., p. 447.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p. 446.

[7] Ibidem.

[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]