Arte degli Ortolani di Viterbo

È la più numerosa tra le arti presenti e attive a Viterbo, i suoi giurati si vantano di essere gli eletti della classe agraria, tanto da attribuire alla loro arte la qualifica di nobile. È retta da quattro governatori, uno per ciascun quartiere in cui si divideva la città. Dallo statuto del 1358 e del 1481, l’arte degli ortolani ha speciale giurisdizione circa la distribuzione delle acque e la disciplina degli utenti delle medesime. È dapprima sotto il patrocino dei SS. Sisto e Martino.

Nel 1358 l’Arte degli Ortolani si aduna nella chiesa di S. Martino oggi scomparta. Demolita nel 1575 in occasione della apertura della Via Farnesiana (oggi Via Cavour) poiché era posta al centro della nuova strada, ne resta traccia nella casa parrocchiale con ingresso in Via Saffi, che presenta, oltre alle finestre inserite dal priore Luca nel 1487, anche un altorilievo scolpito raffigurante san Martino che dona il mantello ad un soldato, sopra l’architrave del portale quattrocentesco, al civico 93. La chiesa originaria aveva davanti un portico e sei cappelle: Sant’Anna (patronato dell’Arte degli Speziali), San Giovanni Battista, San Gregorio (nel portico), Annunziata, Santa Caterina e Santi Pietro e Paolo (dell’Arte dei Falegnami)[1].

Successivamente l’Arte riconosceva quale guida S. Andrea, nella cui chiesa (sita nel rione di Piano Scarano), nel 1300, aveva il patronato di una cappella dedicata a s. Nicola[2]. Nel 1466 nella chiesa è documentato anche un altare dedicato alla Vergine nel portico della chiesa a cui probabilmente appartengono i resti degli affreschi che si possono ancora vedere nel portico a sinistra dell’ingresso principale[3]. Dalla visita pastorale del 1867 la chiesa risulta avere due altari per lato, oltre all’altare maggiore dedicato a sant’Andrea, che aveva un affresco attribuito agli Zuccari raffigurante sant’Andrea in croce[4].

L’Arte degli Ortolani eleggeva anche un cappellano nell’altare del SS.mo Salvatore nella chiesa di S. Maria Nuova (1469). Questo altare, in seguito, sarà unicamente affidato alle cure dell’arte dei Bifolchi. Il trittico del Salvatore – tradizionalmente rinvenuto nel 1283 in un sarcofago di pietra interrato – era posto originariamente nella Cappella del Salvatore (nell’abside di sinistra della chiesa) dove fu realizzato un tabernacolo in pietra. Quest’ultimo venne dotato nel 1555, smembrato nel 1663 (quando la cappella fu ristrutturata dall’Arte dei Bifolchi) e ricostruito con i pezzi rinvenuti nei lavori di restauro del Novecento[5].

Nel 1481 lo statuto afferma che, dopo aver peregrinato di chiesa in chiesa, gli ortolani fissavano la loro residenza in S. Silvestro, nella cui piazza si teneva il mercato[6]. L’abside della chiesa fu fatta dipingere dall’Arte degli Ortolani, dopo la ricostruzione della parte posteriore, crollata all’inizio de Cinquecento. L’affresco della calotta dell’abside rappresenta il Creatore tra gli angeli musicanti e sotto il Noli me tangere tra i santi Andrea e Silvestro. La presenza di s. Andrea è un riferimento alla chiesa di Pianoscarano, prima sede della Corporazione[7].

L’arte viene privata, nel Seicento, della chiesa di S. Silvestro ed il vescovo Muti le concede la chiesa di S. Nicola dei Vascellari col consenso del capitolo di S. Sisto a cui apparteneva tale chiesa, ed al quale l’arte si obbliga a dare 21 libre di cera bianca ogni anno, come stabiliva un istrumento rogato il 5 febbraio 1630[8]. La chiesa in occasione della costruzione del monastero della Pace, è demolita e l’Arte si ricovera provvisoriamente nella chiesa di S. Lucia dei Fabbri ferrari.

Intanto, la parrocchia di S. Matteo viene soppressa, e la cura passa alla chiesa di S. Maria in Poggio, già dei chierici regolari. S. Matteo viene concessa dal card Brancacci all’arte degli ortolani, come stabilito dagli atti vescovili del 10 novembre 1677, che ne prende formale possesso il 14 dello stesso mese[9]. Ma per contrasti sorti tra gli ortolani ed i padri Crociferi, l’arte è obbligata a ripagare le spese fatte nella chiesa e nelle stanze.

Gli ortolani decidono di abbandonare la chiesa e la residenza di S. Matteo e fissano come luogo della loro nuova residenza, una piccola casa fabbricata nel locale di S. Vito (in Via card. La Fontaine), prima addetta alla venerabile sagrestia di S. Lorenzo. Il dominio utile della piccola casa era presso l’ospedale dei convalescenti.

L’arte chiede all’ospedale investitura alla casa, al fine di fabbricarvi una nuova chiesa. Il capitolo acconsente, l’arte acquista le ragioni utili della casa e la riceve in enfiteusi Perpetua pagando un canone annuo (27 luglio 1689). La casa viene demolita ed al suo posto si costruisce una chiesa che prese il titolo di S. Vito e S. Silvestro papa il 18 novembre 1689[10].

L’arte non aveva un abito, nella sua insegna erano rappresentati una rapa ed un popone (melone)[11].

 

[1] S. Valtieri, E. Bentivoglio, Viterbo nel Rinascimento, Roma 2012, p. 262.

[2] Cedido, serie Visite pastorali, Visita pastorale Bedini 1865. III Vol. II. C. 568v.

[3] S. Valtieri, E. Bentivoglio, Op. cit. p. 143.

[4] Ibidem, pp. 143-144.

[5] Ibidem, p. 197,

[6] Giuseppe Signorelli. Viterbo nella storia della chiesa, II, II, Viterbo 1940, p 248.

[7] S. Valtieri, E. Bentivoglio, Op. cit., p. 211.

[8] Cedido, Serie visite pastorali, Visita pastorale Bedini 1865, vol. III, tomo. II, c. 569r.

[9] Ibidem, c. 569v.

[10] Ibidem. c. 570v.

[11] Ibidem, c. 571r.

[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]