Arte dei Sarti di Viterbo
Dallo statuto del 1472 (riformato nel 1602) risulta che i sarti avevano i fondachi nella via della Merceria ed altre fino a S. Lorenzo.
Nel 1521 nella chiesa di Sant’Angelo in Spatha, a loro, era riservata una cappella della Purificazione, posta sotto l’organo che nel 1525 sarà concessa all’Arte. Vi commissionarono inoltre la ridipintura della cappella di S. Luca[1] e, nel 1547, i Sarti conservavano i loro beni nella sacrestia di questa chiesa.
Nel 1447 dalla canonica di S. Angelo ricevevano l’ospedale di S. Luca, ubicato dove oggi è il palazzo dell’INPS[2] ed un altare nella chiesa di San Luca che dal 1472 sarà sede dell’Arte dei Sarti. Nel 1612 l’Arte fa rifare l’altare di san Mattia o Matteo nella cappella della Madonna della chiesa di S. Luca, adornandola e facendola dipingere, apponendovi il proprio stemma[3]. L’Arte pone nella chiesa di S. Luca la cappella sotto il nome di S. Omobono e vi colloca l’immagine su tavola dello stesso santo[4].
Un inventario del 1827 degli oggetti appartenenti all’Arte dei Sarti riporta “Una Credenza con gradino di legno a guisa di Altare con sopra un quadro grande dipinto in tela, di cui s’ignora l’autore, rappresentante s. Luca e s. Omobono Protettori dell’Art, dietro il quadro evvi un incavo nel muro, nel quale si scorge dipinta a guazzo l’immagine della Madonna, e di s. Gio. Evangelista…”[5].
La visita pastorale di mons. Gaetano Bedini, vescovo di Viterbo e Tuscanella nel 1861, attesta che la chiesa all’Arte dei sarti apparteneva la chiesa che portava il nome di S. Salvatore, sotto il titolo di S. Omobono ed era posta nella piazza di S. Carluccio[6].
I Sarti fanno rifare il tetto della sacrestia ed il piancito intavolato della stessa sacrestia “onde evitare la grande umidità avendoci fatto fare una intercapedine profonda che gira all’intorno del muro che confina con l’orticino”[7]. Il suddetto muro aveva, nel mezzo, una finestra con inferriata ed alle porte laterali, due piccole feritoie. Alla data della visita esisteva ancora un nuovo “tavolario” fatto costruire approssimativamente dalla stessa arte, per ricoprire e riparare “la mostruosità della intercapedine”. L’arte aveva commissionato la realizzazione di altre piccole opere all’interno della chiesa.
Nella chiesa di S. Marco, sulla parete sinistra, l’Arte dei Sarti aveva un altare intitolato a S. Omobono (in precedenza dedicato a s. Alessio) sito di fronte ad un altro altare dedicato a Maria Santissima. Nel 1912 dall’oratorio della corporazione, che si trovava in Piazza dell’Oca e che era stato chiuso in quell’anno, vengono trasferiti in S. Marco due dipinti: il primo raffigurante il Salvatore, il secondo s. Omobono. Questi dipinti sono andati perduti[8].
[1] M. Galeotti, L’illustrissima città di Viterbo, Viterbo 2000, p. 507.
[2] Ivi, p. 305.
[3] Ivi, p. 343.
[4] Ibidem.
[5] Cedido, serie Visite pastorali, Visita pastorale 63, 1827, III, c. 677.
[6] L’altare maggiore della chiesa portava il titolo di S. Salvatore, c’erano due stemmi, appartenenti alla Commenda di S. Spirito di Roma, dalla quale l’arte dei sarti la ebbe in enfiteusi perpetua con l’obbligo di accendere due candele del peso di mezza libra ciascuna, sull’altare nel giorno del santo.
[7] Cedido, serie Visite pastorali. Visita pastorale Bedini. 1865. III. Vol II. C. 512.
[8] M. Galeotti, Op. cit., p. 362.
[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]