Arte agraria di Viterbo

Documentata a Viterbo nella chiesa di S. Angelo in Spatha dove nel 1646 fa eseguire la tela di S. Isidoro agricoltore, opera di Bartolomeo Cavarozzi (1590 c.-1625)[1]. G. Signorelli attesta la presenza dell’Arte dell’agricoltura nella chiesa di S. Maria Nuova, nella quale godeva del diritto di patronato sulla cappella del SS.mo Salvatore, insieme all’arte dei Bifolchi. Quest’ultima aveva più volte provveduto ad alcune spese riguardanti la stessa cappella[2].

Nel 1663 l’arte dell’agricoltura fa restaurare in S. Maria Nuova una cappella ove era posta l’immagine del SS.mo Salvatore, della quale ricostruisce un altare di marmo[3].

Nel 1743, nella stessa chiesa, gli agricoltori fanno ricostruire la cappella di S. Candida (oggi scomparsa) istituita nel 1601 da Giacomo Nini. La cappella viene stuccata e scolpita nel 1638, in quella data era già sede dell’Arte dei Bifolchi[4].

Nel 1787 l’Arte Agraria da incarico di “indorare la machina per portare in processione la miracolosa immagine del SS. Salvatore, la quale deve si costruire da Giacomo Tamburini e Luigi Pricci intagliatori viterbesi, giusta il disegno dell’Architetto Domenico [Antonio] Lucchi (1753-1791) da detto Pricci ben veduto, e considerato, a favore della nobilissima Arte Agraria di questa suddetta Città […] si conviene parimenti, che lo zoccolo della suddetta Macchina debba essere dipinto di giallo antico, i due leoncini, la testa di bove, e i due festoncini di bassorilievo debbano essere dorati ad oro zecchino perché così è per patto e non altrimenti. Che le nuvole dove posano gli angeli, che reggono il quadro del Santissimo Salvatore debbano essere inargentate, gli angeli poi, e tutto il rimanente della macchina debbano essere dorati ad uso, e stile d’arte, ad oro zecchino, perché così per patto, e non altrimenti”[5].

Nel 1822, a seguito delle lamentele del fedeli che chiedevano di abbassare il soffitto della chiesa di S. Maria Nuova all’altezza delle navate per ridurre il freddo, furono costruite le volte e fu alzato il pavimento per evitare l’umidità. La somma per affrontare i lavori fi raggiunta con l’aiuto dei parrocchiani, dell’Arte Agraria e del Comune[6].

[1] M. Galeotti, L’illustrissima città di Viterbo, Viterbo 2000, p. 501.

[2] G. Signorelli. Viterbo nella storia della Chiesa, II, II, Viterbo 1940, p. 112

[3] Ibidem.

[4] M. Galeotti, Op. cit., p. 671.

[5] Ivi, p. 668, da un documento ritrovato da S. Cappelli.

[6] M. Galeotti, Op. cit., p. 661.

[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]