Ambito di Piermatteo d’Amelia, 1490-1500, Dio Padre benedicente, Tempera su tavola a fondo oro, cm. 65,8×59.

Agli anni tra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento risale la committenza da parte della Confraternita dei Raccomandati dell’Eterno benedicente[1], attribuito all’ambito artistico di Piermatteo d’Amelia, realizzato per la chiesa dei Raccomandati.

Sara Cavatorti descrive il dipinto come Fedelmente esemplato sul modello offerto dal Redentore benedicente, “Dio Padre benedicente è raffigurato in atto di benedire con il braccio destro mentre con la mano sinistra sorregge il globo dorato, suddiviso in emisferi con i nomi dei continenti, su cui è issa la croce. La figura, avvolta in un’accollata tunica rossa arricchita da preziose bordure a dentelli, è cinta da un manto blu foderato di verde che dalla spalla giunge fin sotto il ventre. Spicca dal lucente fondo oro, inciso con un motivo a raggi, la candida, folta e riccioluta capigliatura – un tempo cinta da un nimbo –  che, scivolando sulle spalle con effetti di trasparenza, si fonde quasi, all’altezza delle orecchie, con la barba rigogliosa. Tutte le notazioni fisiologiche, le sottili sopracciglia, le rughe degli occhi e le vene della tempia, sono rese in punta di pennello e impreziosite dall’illuminazione che giunge da sinistra per lo spettatore”[2].

L’opera è citata nella visita pastorale del 1908 posta a cimasa della tavola della Madonna dei Raccomandati[3]. Mortari (1967), oltre a notare la analogie con la tavola del Redentore benedicente propone una datazione al passaggio del XV secolo e una dipendenza dal linguaggio figurativo viterbese[4]. La stessa Cavatorti “ravvisa nel Dio Padre benedicente un saggio pittorico che risente chiaramente dei modi di Piermatteo d’Amelia: così nella sottilissima e articolata lavorazione dei dettagli più minuti che nell’intensa indagine fisiognomica che sembra avere stretti paralleli con la produzione della bottega dell’amerino nel momento di maggior contatto con l’arte di Antoniazzo Romano al passaggio del secolo[5].

La ipotizzata comune appartenenza del Dio Padre e del Redentore ad un medesimo complesso pittorico smembrato, azzardata da Petrocchi (2005), anche secondo Cavatorti, fa pensare alla committenza della Confraternita dei Raccomandati di Orte che in quegli anni fa realizzare diverse opere[6].

[1] ICCD: 12/00250376, CEI: 3020094

[2] S. E. Anselmi, L. Principi, Il Museo d’Arte sacra di Orte, Orte 2013, p. 36.

[3] ASDO, Visitationes 36, Visita Ghezzi 1908, p. 19.

[4] S. E. Anselmi, L. Principi, 2013, p. 36.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

Bibl. e Fonti: SBAS AS, S. Melograni 1928, n. 37; S. E. Anselmi, L. Principi, Il Museo d’Arte sacra di Orte, Orte 2013, p. 36; L. Mortari, Museo diocesano di Orte, 1967, p. 24, cat. 11; L. Mortari, Museo diocesano di Orte, 1994, p. 30, cat. 15; F. Santarelli, in L. Russo-F. Santarelli, La Media Valle del Tevere. Riva destra. Repertorio dei dipinti del Quattrocento e Cinquecento, 1999, p. 170, cat. 116; S. Petrocchi, Da Lorenzo da Viterbo a Piermatteo d’Amelia: ipotesi intorno a Nicolaus pictor alias Il Maestro del Trittico di Chia, in “Rivista dell’Istituto Nazionale di archeologia e storia dell’arte”, XXVIII, 2005 (Ma 2010), pp. 181, 182; S. Ricci, Un lascito, due iscrizioni, la fortuna del modello e il riuso del cartone: il Redentore di Orte restituito a Piermatteo d’Amelia, in G. De Simone, F. Marcelli (a cura di), Su Lorenzo da Viterbo e Piermatteo d’Amelia: Ricerche in Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria, atti dei convegni, Amelia, Spoleto, Vasanello, Castiglione in Teverina, 2010, Ghezzano 2011, pp. 167-189.2012, pp. 173, 185 nota 17, 186 nota 22.

[Scheda di Elisa Angelone – Cersal]