De Grassi, Achille – Vescovo (Bologna, 1498 – Roma, 1555).

Figlio di Giovanni Antonio e di Bianca Grati, apparteneva a una nobile famiglia bolognese, tradizionalmente fedele al papato, che nel corso del Cinquecento raggiunse una posizione preminente nella vita politica di Bologna. Dati i legami della famiglia con il papato, il G. fu ben presto avviato alla carriera ecclesiastica. Così, dopo aver ottenuto la laurea in diritto civile e canonico (1528), fu nominato arciprete della cattedrale di Bologna, pur senza possedere gli ordini maggiori. Per alcuni anni rimase nella città natale esercitando, tra l’altro, l’ufficio di professore di diritto presso la locale università (1538/39-1542/43). Ma l’orizzonte bolognese dovette sembrargli troppo ristretto e nel 1545 si trasferì a Roma dove, grazie al sostegno della famiglia, fu nominato avvocato concistoriale.

Curiale di fresca nomina, il G. godeva già di una certa reputazione e non faticò a ottenere cariche di notevole responsabilità. Alla fine del 1545 fu inviato al concilio di Trento in qualità di avvocato e coadiutore dei legati papali. In quell’occasione dispiegò una notevole attività, collaborando con i legati papali nella preparazione degli schemi per le discussioni e nel disbrigo dell’attività politico-diplomatica. La buona prova fornita al concilio diede impulso alla sua carriera. Nel 1547 successe a Tommaso da Tani come uditore della Sacra Rota.

Nel 1551 fu nominato vescovo di Montefiascone, ma non assunse alcun compito pastorale e anzi iniziò un’intensa attività nella diplomazia pontificia. Alla fine dell’ago. 1551 fu inviato da papa Giulio III presso la Repubblica di Venezia, ove raggiunse un considerevole successo diplomatico. Tornato a Trento, dove si era ormai aperta la seconda fase del concilio, il G. fu ordinato prete (gen. 1552). Privo di una solida cultura teologica, egli rimaneva soprattutto un abile diplomatico e fu talora impiegato nelle complesse trattative che facevano da contorno alle sedute conciliari. Giulio III, nel feb. 1552, lo incaricò di comunicare al presidente del concilio, il cardinale Marcello Crescenzi, il divieto di affrontare la questione della superiorità del concilio sul papa e di rivedere i decreti già deliberati, e allo stesso tempo confermò la disponibilità ad accettare il dialogo con i protestanti in vista di una loro sottomissione all’autorità papale. Il G. era ormai diventato uno degli esponenti di punta della diplomazia pontificia e il Papa scelse di utilizzarlo per alcune delicate missioni. I compiti assegnatigli erano ampi e diversificati, ma ruotavano principalmente intorno alla questione dell’armistizio concluso dal papa con la Francia. Successivamente fu incaricato di una nuova missione presso il viceré di Napoli, Pedro de Toledo, che stava preparando un’iniziativa militare per riconquistare Siena.

Dopo tante missioni, la carriera del G. sembrava schiudersi a responsabilità sempre più alte. Nel 1553 Girolamo Dandini lo raccomandò come successore di Pietro Camaiani alla nunziatura presso la corte imperiale, ma la proposta non ebbe esito positivo. Da quell’anno, per ragioni che restano oscure, cominciò a condurre vita ritirata. Nel 1555 abbandonò il vescovato di Montefiascone al fratello Carlo. L’8 agosto dello stesso anno morì a Roma e fu sepolto in S. Maria in Trastevere. Il G., la cui presenza pastorale nella diocesi di Montefiascone fu pressoché inesistente, compilò una raccolta di decisioni rotali che conobbe una certa fortuna editoriale tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. La prima edizione a stampa postuma apparve nel 1590 con il titolo Decisiones Sacrae Rotae compendiariae quidem, sed graves et in foro saepe agitata (Romae, apud Paulum Bladum, 1590).

BIBL: – Ughelli, I, col. 988; Moroni, XLVI, p. 221; Ceccarelli 1928-33, pp. 65-66; Stefano Tabacchi in DBI, 58, pp. 591-595.

[Scheda di Giancarlo Breccola – Ibimus]