Colaldi, Agostino – Stampatore (Cittaducale, ca. 1525 – Viterbo, 1603).

Nacque a Cit­taducale che allora faceva parte del Regno di Napoli. Se­condo una persuasiva ipotesi di Attilio Carosi, deve aver conosciuto lo stampatore camerale di Roma Antonio Biado (o Blado), che nel 1549 si recò a Rieti per ri­cevere l’incarico di stamparne gli statuti: Biado pre­se come socio un Agostino di Coletta o Augustinus Colecte, da identificare con C., e gli affidò i propri affari a Rieti, dove fu aperta una libreria che ven­deva le sue edizioni. Appresa da Biado l’arte della stampa, C. lo seguì a Roma e poi a Foligno, dove Biado impiantò un’officina tipografica nel palazzo vescovile (1562). Biado aveva accettato quell’incarico perché sua moglie era folignate, ma stampa­ta un’opera del vescovo Clemente de Olera tornò a Roma, lasciando C. a gestire quell’officina. A Foli­gno già esisteva la stamperia del Comune, diretta da Vincenzo Cantagalli, mentre C. lavorava per la Curia vescovile; ma la città era troppo piccola per consentire una concorrenza, per cui C. si accordò con Cantagalli e lavorò per lui stampando alcune edizioni; Andrea Massimi ne elenca diciotto, tutte con la sottoscrizione «in Foligno, per Agostino Colaldi da Civita Ducale, appresso a Vincenzo Cantagallo» o con l’equivalente in latino; tra esse gli sta­tuti di Foligno e di Nocera Umbra, entrambi stam­pati nel 1567.

Proprio in quell’anno fece istanza al Comune di Viterbo per introdurre la stampa in quel­la città; il 9 settembre la proposta fu approvata e C. ebbe la nomina a stampatore comunale. A Viterbo si desiderava un’officina tipografica fin dal 1546, quando invano era stato chiamato il Biado, per cui si fu lieti di avere un suo collaboratore. Chiusi in breve gli affari di Foligno e procuratisi nuovi ca­ratteri a Roma, si stabilì a Viterbo dove il 27 di­cembre ottenne la patente di pubblico stampatore. L’officina era sita in piazza del Comune, di fianco alla chiesa di S. Angelo in Spatha; nello stesso edi­ficio C. abitò con la moglie Leonarda Manzoli di Roma (sposata prima del 1562) e con i figli Anto­nio, Virginia, Bernardina, Lucia e Girolama. Ebbe anche il posto di bidello dello Studio universitario per il breve periodo della sua presenza. La sua prima edizione viterbese fu stampata nella primavera del 1568 (l’imprimatur è del 31 marzo); si tratta di un breve trattato di filosofia morale di Cesare Bellini Matti di Mazzano, dottor di legge, sacerdote, rettore della collegiata di S. Matteo in Sonsa di Viterbo (Caesaris Bellini Macti iureconsulti academici Viterbiensis Institutionum moralium libri IIII), dedicato al cardinal Michele Bonelli, nipote del regnante papa Pio V. Salvo un discus­so incunabolo del 1488, questo fu il primo libro stampato in Viterbo, certo il primo prodotto di un’attività editoriale da allora continua e fiorente nel capoluogo del Patrimonio di S. Pietro.

L’ipote­si che C. avesse già stampato nel 1565 a Foligno un’operetta agiografica (Vita di santa Verdiana) con l’indicazione di Viterbo come luogo di stampa è stata discussa e rigettata da Attilio Carosi. Ma se il Comune di Viterbo tanto aveva atteso per introdur­re l’arte della stampa nella propria città, non rima­se del tutto soddisfatto del tipografo in cui aveva riposto la fiducia: già nel volume di Bellini Matti numerosi erano i refusi (anche sul frontespizio!) e poco bella la stampa, con caratteri male allineati. L’anno dopo C. fu arrestato, portato a Roma e car­cerato per un paio di settimane con l’accusa di aver stampato fogli di avvisi con notizie dannose alla Chiesa (1569); prosciolto per mancanza di prove, fu da allora guardato con occhio sospettoso. Né la qualità del suo lavoro migliorava; Carosi, confron­tandolo con quello del successivo stampatore vi­terbese Girolamo Discepoli, lo giudica severamen­te («continuò a stampar poco e male, ad usare ca­ratteri consunti e torchio difettoso, carta scadente e rozze incisioni»). Ma in Comune le proposte di so­stituire C. con altro e più provetto tipografo non eb­bero effetto: occorre pensare che avesse qualche ri­levante protezione, probabilmente quella del cardi­nal Alessandro Farnese, dal momento che Cittadu­cale, patria di C., era feudo farnesiano.

Poiché la volontà del cardinal Farnese era al tempo domi­nante in tutta la provincia del Patrimonio, C. restò al suo posto. Aveva alcuni lavoranti in officina; con i due più esperti, Nicolò Mariani di Milano e Do­menico Ruere di Orvieto, fece sposare nel 1589 le figlie Bernardina e Virginia. Già due anni prima suo figlio Antonio aveva lasciato Viterbo, avendo otte­nuto l’incarico di stampatore comunale di Orvieto. Negli anni successivi, poiché C. era vecchio e la sua attività declinava, Mariani tentò di aprire una propria tipografia a Viterbo, ma avendoglielo im­pedito il Comune se ne andò a Farnese. Il Comune chiamò Antonio per prendere il posto del padre, ma non se ne fece nulla perché le condizioni di cui An­tonio godeva a Orvieto erano migliori di quelle of­fertegli; dunque la stamperia viterbese rimase al vecchio Agostino, povero e ormai quasi cieco, con il solo aiuto della figlia vedova Virginia.

Di nuovo incarcerato per qualche giorno nel nov. 1601 per ignote ragioni, C. morì nella prima decade di mar­zo 1603. L’ultimo libro da lui stampato (le Hippocratis sententiae a cura del medico viterbese Cesa­re Crivellati) risale al sett. 1601; non si conoscono sue successive edizioni: forse la tipografia si sarà limitata a stampare fogli volanti e bollettini per il Comune. Invano Mariani sperò di succedere al suo­cero: il Comune voleva uno stampatore abile e di buona cultura, individuato nel veronese Girolamo Discepoli, che iniziò l’attività a Viterbo alla fine del 1603; intanto Virginia aveva venduto la bottega pa­terna al romano Vincenzo Grotti libraio in Viterbo. La produzione editoriale di C., censita dal Carosi in 76 unità, fu rivolta soprattutto ad opuscoli, tra i quali numerosi sono gli avvisi e le relazioni di av­venimenti politici; non mancano però i volumi, per lo più di autori viventi a Viterbo, come l’erudito Ca­store Durante, il domenicano Atanasio Nelli (Ori­gine della Madonna della Quercia, 1571), il citato medico Crivellati. D’interesse letterario sono le opere di Durante (Il quarto libro dell’Eneida di Vergilio ridotto in ottava rima, 1569; Del parto della Vergine libri tre […] ad imitatione del Sanazaro, 1573), dopo la morte del quale C. pubblicò una sil­loge di Rime de diversi autori (1593) che Durante aveva predisposto. Vanno segnalati pure tre testi drammatici (commentati in Franchi 1994) e gli atti del sinodo diocesano convocato nel 1584 dal ve­scovo Carlo Montigli. A parte restano gli statuti di Gallese, che C. stampò in loco nel corso del 1576; dal Comune di Viterbo aveva avuto il permesso di trasferirsi temporaneamente a Gallese, affidando intanto i lavori di Viterbo al figlio Antonio. Il vo­lume in folio degli statuti, finanziato dal cardinal Cristoforo Madruzzo signore di Gallese, è una del­le migliori edizioni prodotte da C.

Il figlio Anto­nio, nato verso il 1560, lavorò con il padre fino al 1587. Tre anni prima si era sposato con Lucrezia del quondam Giovanni de Sanctis, un guantaro di Roma; le nozze si celebrarono a Roma nella chiesa di S. Pantaleo, parrocchia della sposa, il 9 feb. 1584. A Orvieto, morto nel 1585 il titolare della stamperia comunale Rosato Tintinnassi e partito dopo poco più di un anno il suo socio Baldo Salviani, il Comune chiamò ad esercitare l’arte della stampa due affermati tipografi romani, Tito e Pao­lo Diani; ma anche i Diani lasciarono Orvieto alla fine dell’estate 1587. Fu allora fatto un contratto con Agostino e Antonio C., per cui, mentre il padre restava a Viterbo, Antonio si stabilì a Orvieto nell’ott. 1587 e vi trascorse tutto il resto della vita in una feconda e apprezzata attività, condotta da solo (salvo le brevi società del 1588-89 con Flaminio Peretti e del 1598 con Ventura Aquilini). La situa­zione doveva essere per lui soddisfacente, giacché per due volte rinunziò a tornare a Viterbo, sia in vita sia in morte del padre. Segno della condizione di agiatezza raggiunta fu il prestito di 100 scudi fatto al nuovo stampatore di Viterbo, Girolamo Disce­poli, che gli fu restituito entro il 1608. Tuttavia i rapporti con il Lazio non erano cessati: Antonio fu il promotore dell’introduzione della stampa a Ronciglione, voluta dal cardinal Odoardo Farnese: for­nì le dotazioni necessarie e vi mandò un suo colla­boratore, Domenico Dominici di Orvieto, con il quale aveva fatto società. Le prime opere stampate a Ronciglione furono quattro sacre rappresentazio­ni di poche carte, genere popolare prediletto da An­tonio anche a Orvieto; il primo vero libro fu la com­media Duello d’ Amore e di Fortuna degli Accade­mici Desiderosi di Ronciglione. Tutte queste edi­zioni uscirono nel 1609 recando la sottoscrizione «in Ronciglione, per il Colaldi, & Domenico Do­minici», ma dall’anno successivo le edizioni ronciglionesi recano il solo nome di Dominici: proba­bilmente questi aveva riacquistato la quota di An­tonio e la società si era sciolta. Antonio proseguì l’attività tipografica a Orvieto, dove in totale pro­dusse 95 edizioni. Ivi morì nel 1619. Gli successe nell’incarico il famoso stampatore romano Barto­lomeo Zannetti.

BIBL. e FONTI – AVR, Parr. di S. Pantaleo, Matr., I, ad diem 9.2.1584. Massimi 1952; Carosi 1957; Rhodes 1963; Tammaro Conti 1977, pp. XIII-XIV, 9-21, 255-258; Carosi 1988a (con rif. alle fonti d’archivio); Ascarelli – Menato 1989, pp. 133, 134, 136, 315, 318; Franchi 1994, ad indicem; Attilio Carosi, Colaldi, Agostino, in DTEI 1997, pp. 300-302 (con altra bibl.); Andrea Capaccioni, Colaldi, Antonio, in DTEI 1997, pp. 302-303.

[Scheda di Saverio Franchi – Ibimus]