Giacomo da Viterbo, o.e.s.a. – Beato (Viterbo ca. 1255 – Napoli 1308).

Discendente forse dalla nobi­le famiglia Capocci, secondo un erudito agostinia­no del Cinquecento, entrò nel 1272 tra gli Eremita­ni di S. Agostino, di cui vestì l’abito nel Convento della SS. Trinità a Viterbo, uno dei quattro della Provincia Romana. Dopo un periodo di studi a Pa­rigi, dove conobbe Egidio Romano, fu investito, tra il 1283 e il 1285, delle cariche di primo definitore della Provincia Romana, di visitatore e di lettore. Dal 1286 al 1300 fu di nuovo a Parigi per ripren­dere gli studi teologici prima e in qualità di mae­stro reggente dello Studio parigino degli Agosti­niani, poi. Tornato in Italia, passò il resto della sua vita tra Napoli e Benevento, di cui fu nominato ar­civescovo il 3 sett. 1302 da papa Bonifacio VIII; il 6/12 dicembre dello stesso anno venne trasferito alla sede di Napoli, dove si guadagnò la stima del re Carlo II d’Angiò e del figlio Roberto, duca di Ca­labria, che lo aiutò nella costruzione della cattedra­le; il 13 maggio 1306 cominciò a trattare la causa di canonizzazione del santo pontefice Celestino V af­fidatagli da Clemente V e per la quale raccolse te­stimonianze recandosi sui luoghi dove Pietro del Morrone aveva svolto la sua vita penitente. La mor­te lo vide ancora impegnato in tale attività, a Na­poli, tra il 7 sett. 1307 e il 16 marzo 1308. Divenu­to subito oggetto di pubblico culto, come testimo­niano immagini quasi coeve che lo ritraggono con le insegne della santità, ufficializzato il 14 giugno del 1911 da papa Pio IX, la sua festa ricorre il 14 marzo. Considerato uno dei maggiori teologi clas­sici, per l’acume del suo ingegno fu detto «doctor speculativus»;  di lui ci rimangono numerose opere teologiche, molte delle quali ancora inedite; l’uni­ca pubblicata per intero è il De regimine christiano, scritta nel 1302 in occasione della lotta tra Bonifa­cio VIII e Filippo il Bello, e che può considerarsi il primo trattato sistematico sulla Chiesa, i cui influs­si si possono leggere in scritti ecclesiologici di au­tori agostiniani, francescani e domenicani. Vi si di­scutono infatti le tesi del potere universale e tem­porale del papa, al quale G. conferisce un fonda­mento naturale, in quanto riconoscendo alla Chie­sa lo statuto di Societas perfecta essa detiene il pos­sesso del potere temporale e spirituale. Dopo un primo periodo di ostilità al tomismo, ne accettò poi l’aristotelismo moderato, pur prendendone le distanze riguardo a certi argomenti.

Bibl. – Nicodemo 1887; Taglialatela 1887; Niccolò del Re in Bibliotheca Sanctorum, VI, coll. 425-427; Repertorium Fontium Historiae, III, p. 123; Giacomo da Viterbo 1993, p. 156; Il grande libro dei santi, II, pp. 810-811 ; Paolo Vian in DBI, 54, pp. 243-246.

[Scheda di Maria Cristina Romano – Srsp]