PACE (Paci) 

Famiglia nobile viterbese, di pro­babile origine pistoiese. Dalla Toscana si stabilì a Tuscania, poi a Viterbo, dove fio­rì nei secc. XV-XVII, con palazzo in contrada S. Si­meone, oggi piazza della Morte (poi casa Grispigni) e cappella gentilizia in cattedrale, intitolata ai santi Giacomo e Cristoforo; altre sepolture nelle chiese di S. Maria in Gradi e di S. Francesco. Eb­bero un fondo con casino sulla strada che va a S. Maria della Quercia, poi passato in possesso dei Li­berati (1705). Nella casa dei P. dimorò negli anni 1496-1499 la beata Lucia Broccadelli da Narni che, giunta con il solo compito di riformare il convento domenicano di S. Tommaso, divenne in breve qua­si l’emblema religioso e civile di Viterbo; perciò il canonico Domenico fece porre nel 1661 una iscri­zione commemorativa nella camera dove la beata aveva soggiornato e due anni dopo curò la riedi­zione della Vita della b. Lucia da Narni di Giaco­mo Marcianese, dedicandola alla duchessa France­sca Orsini Brancaccio. Altre iscrizioni commemo­rative saranno poste all’esterno della casa.

Pur det­ti nobili, i P. esercitarono attività artigianali e com­merciali: un Cesare (sec. XVI) fu fabbro ferraio e suo figlio Domenico è detto lapicida, il figlio di Domenico, Girolamo (ca. 1573 – 18 genn. 1638) era «ortolano», ma doveva essere ricco, come sug­gerisce il suo soprannome Mancanulla. Suo figlio fu il citato Domenico, canonico della collegiata di S. Angelo in Spatha, altri suoi figli furono Isidoro (m. 1670) e Pietro Antonio (1633-1697), entram­bi speziali. Dopo l’epidemia di peste del 1657 si disse che i due fratelli si erano fatti ricchi venden­do miscele farmaceutiche (una «teriaca») spaccia­te come antidoto. Sta di fatto che la positiva espe­rienza li spinse ad acquistare da Caterina Nibby ve­dova Musacchi l’esercizio di speziale con bottega in piazza S. Stefano, sotto palazzo Gatti (1658); ivi ebbero anche l’esclusiva per la vendita dell’allume di Tolfa. Ma Isidoro ebbe solo figlie femmine e Pie­tro Antonio molte femmine e il solo maschio Do­menico, che ereditando nel 1697 si trovò l’obbligo di completare la cappella gentilizia in cattedrale. Pochi mesi dopo la morte del padre, Domenico vendeva il negozio di spezieria al «giovane di bot­tega» Lorenzo Speranza; qualche anno dopo (fine del 1706 o inizio dell’ anno successivo) veniva as­sassinato da un Michelangelo De Vecchi, invano perseguito dalle sue sorelle. Così questa linea si estinse nel Settecento (l’ultima figlia di Pietro An­tonio, Agnese, morì nel 1762); sembra però che in altre linee la famiglia P. proseguisse, e forse da essa discendono gli attuali P. di Viterbo, noti per perso­naggi attivi nel campo dell’informazione e dei pub­blici servizi.

Bibl. – Marocco, XIV, pp. 42-43; Scriattoli 1915-20, pp. 118, 119, 246; Signorelli 1968, p. 146; Carosi 1990, pp. 145-146; Angeli 2003, pp. 371-372, 787.

[Scheda di Saverio Franchi – Ibimus]