Barbarigo, Marco Antonio – Cardinale (Venezia, 6 mar. 1640 – Montefiascone, 26 mag. 1706).

Nacque dai nobili Agostino e Chiara, discendenti da una antica famiglia originaria dell’Istria ramificata­si in diverse casate, residenti in un antico palazzo alle Fondamenta Barbarigo, sul rio Sant’Angelo, nel sestiere di Dorsoduro. Dopo il compimento dei 25 anni, al termine di un severo percorso educativo segnato dal legame con i gesuiti che lo accompagnerà per tutta la vita,  iniziò a partecipare alle sedute del Gran Con­siglio della Repubblica Veneta. Erudito nell’arte del­l’eloquenza e del diritto, non viaggiò all’estero; era infatti animato più da amore per gli ideali del Van­gelo che dal desiderio di conseguire una posizione prestigiosa nella società. Lasciò quasi subito la car­riera politica per seguire la vocazione al sacerdozio; ideale favorito dall’educazione ricevuta in famiglia, dal rapporto di amicizia con personalità di grande impegno cristiano e, in particolare, dall’incontro con il cardinale Gregorio Barbarigo, vescovo di Pado­va. Marco Antonio, pur informato che Gregorio era nativo di Venezia e apparteneva al ramo dei Barbarigo di Santa Maria del Giglio, non aveva ancora avuto l’opportunità di conoscerlo personalmente. Tra i due Barbarigo, separati da quindici anni di età, iniziò un proficuo rapporto. Trasferitosi a Padova su richiesta di Gregorio, che lo nominò visitatore e poi sopraintendente generale della dottrina cristiana a Padova, Marco Antonio terminò gli studi, laurean­dosi nel maggio 1673 in diritto civile e canonico.

Nel 1678 il papa lo nominò arcivescovo della dio­cesi di Corfù, rimasta vacante; Marco Antonio ne prese possesso il 28 sett. 1678, e il 24 novembre fece l’ingresso ufficiale. A Corfù si mostrò padre e pastore sollecito per tutti; nel marzo 1685, però, un incidente diplomatico mise improvvisamente fine alla sua missione. In quei giorni stazionava a Corfù Francesco Morosini, ammiraglio della flotta vene­ziana, che assieme ai capi di mare e ai rappresen­tanti della città avrebbe dovuto partecipare a una so­lenne cerimonia religiosa. Nel preparare il posto in chiesa dove si sarebbe seduto l’ammiraglio, i suoi servi occuparono un luogo che intralciava quello ri­servato all’arcivescovo. La sconveniente disposi­zione fu fatta notare dal B., ma il Morosini non vol­le recedere e il prelato si rifiutò di celebrare la ceri­monia. Avrebbe potuto essere uno dei tanti episodi di una lotta che coinvolgeva interessi e principi ben più vasti, ma la Repubblica di Venezia aveva una tradizione e ricordi che la rendevano particolar­mente severa su quel terreno. La Serenissima chie­se spiegazioni al B., la cui situazione era aggravata dall’esser accaduto l’episodio in una località di con­fine, per così dire, e assai delicata per la strategia politica e militare della Repubblica, e per essere il prelato un patrizio veneziano. Quando il B. giunse a Venezia per presentare le sue ragioni, si vide, nel giugno 1686, condannato dall’autorità civile vene­ziana: la Repubblica ordinò il sequestro dei suoi beni e lo costrinse a rifugiarsi a Roma. Proprio per gli interessi e i principi che l’episodio sottintendeva, anche a Roma la rigidità del B. era stata considera­ta inopportuna: Innocenzo XI non era incline a una politica di quel tipo e ne accolse gelidamente le ac­corate spiegazioni. Tuttavia, il 2 sett. 1686, il B. ven­ne insignito della porpora cardinalizia, e nel 1687 eletto vescovo di Montefiascone e Tarquinia (allora Corneto). Si insediò nella nuova diocesi nell’ottobre del 1687 e avviò immediatamente la visita pastorale, preparata da una “missione popolare” affidata ai padri Lazzaristi.

Nella prima relazione “ad limina”, datata 9 sett. 1689, così descrisse la condi­zione religiosa delle diocesi: «Gli abitanti sono inclini alla pietà, obbedienti agli insegnamenti eccle­siastici, ossequiosi verso il proprio Vescovo […]». La condizione del clero si rivelava invece peggiore: l’impegno nella cura delle anime languiva e gli stu­di delle discipline umanistiche, propedeutiche alla formazione teologica, erano trascurati a tal punto che alcuni chierici non conoscevano neppure i pri­mi rudimenti del latino; ciò non desta meraviglia se si considerano la frequente assenza dei vescovi dal­la sede montefiasconese e la modesta attività del piccolo seminario che il cardinale Altieri aveva fat­to costruire nel 1666. Come rimedio all’ignoranza religiosa del popolo B. fece ricorso frequentemente all’aiuto di congregazioni religiose che realizzarono “missioni popolari” nei paesi delle Diocesi che evangelizzarono e amministrarono i sacramenti e portarono spesso sia alla creazione di confraternite che alla nascita di scuole per la dottrina cristiana.

Dopo l’avvio di un seminario a Tarquinia nel 1688, quasi subito chiuso a causa del­l’insalubrità dell’aria, si prodigò per realizzare la co­struzione del grande seminario di Montefiascone, dove accolse anche i seminaristi di Tarquinia; al­l’istituto fece annettere una propria tipografia e una ricca biblioteca. Convocò poi, per l’insegnamento, alcuni dei più prestigiosi professori del tempo. Con­temporaneamente fece riedificare la chiesa di S. Bartolomeo, incorporandola nella medesima strut­tura. In breve tempo il seminario, unitamente al col­legio che aveva predisposto per formare laici pre­parati, godette di grande e meritata fama. I pontefi­ci seguirono con speciale cura quell’istituto, e fre­quentemente vi mandarono a studiare alunni da al­tre regioni d’Italia e da altre nazioni. Inoltre il B. curò la formazione cristiana delle donne me­diante l’istituzione di scuole affidate all’iniziativa di due pie collaboratrici, Rosa Venerini e Lucia Filippini, ora entrambe dichiarate sante. Con il loro aiuto aprì molte scuole in vari paesi della diocesi dedicate alle giovani di modeste condizioni dove si studiava la dottrina cristiana e quanto era necessario per donne destinate a divenire brave madri di famiglia. Rivolse la sua cura anche al con­servatorio di S. Chiara in Montefiascone, dove dal 1630 viveva un gruppo di penitenti; nel 1705 lo eresse in congregazione affidandolo a madre Cate­rina Comaschi e a don Biagio Morani, e lo denomi­nò «del Divino Amore».

Partecipò al conclave del 1689, in cui risultò eletto Alessandro VIII, e in quel­l’occasione venne compreso nel partito «zelante», formato da coloro cioè che, secondo lo spirito del defunto Innocenzo XI, dichiaravano di voler sce­gliere l’uomo più degno senza preclusioni politiche di sorta; fu ancora presente al conclave del 1691, conclusosi con l’elezione di Innocenzo XII, nel qua­le venne fatto da alcuni il suo nome fra i papabili, e a quello del 1700, risoltosi con l’elezione di Cle­mente XI, in cui fu proposto come uno fra i sei can­didati del potente cardinale Albani.

Nel 1703 si tro­vò a rivivere un’esperienza analoga all’incidente di­plomatico di Corfù, trovandosi costretto a far ri­muovere una «banca priorale» che la famiglia Dol­ci di Marta aveva fatto collocare in prossimità del­l’altare della chiesa di S. Maria del Monte. L’episo­dio scaturiva da motivazioni complesse, dalla con­cessione di terre per il pascolo, alla critica che il cardinale aveva rivolto alla festa che si svolgeva presso la chiesa della Madonna del Monte, al conflitto di giu­risdizione con l’ordine dei Minimi che avevano il convento an­nesso alla chiesa e alla denunciata cattiva condotta degli stessi frati. La causa che ne scaturì si conclu­se a due anni di distanza dalla morte del B. con l’ac­coglimento delle richieste del cardinale.

Il B. era so­lito dire che «non era buon vescovo, quello che non moriva con il pastorale in mano». Fin dal suo arrivo in Diocesi, come detto,  avviò la visita pastorale che poi rinnovò più volte. Riunì più sinodi diocesani, uno nel 1692,  uno nel 1696 e uno nel 1701 ed avevano la caratteristica di essere essenziali e di avere disposizioni concise e chiare. La struttura è quella classica: la preservazione della fede, la liturgia, i sacramenti, la vita degli ecclesiastici, i religiosi, i luoghi pii. L’ultimo mese della sua vita era in piena visita pastorale quando improvvisamente morì: il 29 apr. a Marta, il 30 apr. a Valentano, il 1° maggio a Latera, il 2 maggio a Gradoli, il 4 maggio a San Lo­renzo, il 9 maggio a Celleno; infine il 20 maggio a Grotte di Castro. Il giorno seguente tornò a Monte­fiascone, privo di forze e in preda alla malattia e morì pochi giorni dopo. Alla sua morte moltissime persone accorsero per vene­rarne le spoglie; il corpo fu successivamente trasla­to nella cripta di S. Lucia a Montefiascone. E’ stato dichiarato “Venerabile” da Benedetto XVI nel 2007 e prosegue la sua causa di beatificazione.

BIBL. – Barbarigo 1732, pp. 145-146, 149-150, 155-156; Cappelletti, IV, pp. 669-672; Bergamaschi 1919; Ceccarelli 1928-33, II, pp. 9-14; Marangoni 1930; Salotti 1933; Patrizi 1990, passim; Rocca 1990; Gianfranco Torcellan in DBI, 6, pp. 73-75; Carosi 1992, pp. 40-42; Franchi 1994, pp. 729­730; Franchi 2002b, pp. 133-135; Eszer – Vanich 2006; F. Fabene, Una divina storia d’amore. Il Card. M. A. Barbarigo Vescovo di Montefiascone e Corneto (Tarquinia), Città del Vaticano, 2007; Card. Marcantonio Barbarigo, Vescovo di Corneto e Montefiascone. Costituzioni sinodali e visita pastorale del 1699, a cura di Giovanni Insolera, 2008.

[Scheda di Giancarlo Breccola – Ibimus; integrazione di Luciano Osbat – Cersal]