Petrosellini Domenico Ottavio –  Letterato ( Tarquinia, 10 ott. 1683 – Roma, 14 mag. 1747)

Figlio di Cesare, studiò nel Semina­rio di Montefiascone e prese l’abito sacerdotale. Visse a Roma esercitando la professione di procu­ratore legale e insieme coltivando le lettere sotto la guida di Gian Vincenzo Gravina, cui rimarrà lega­tissimo (come riferisce il Fabroni, P. e Paolo Rolli «unice se Gravinae debere profitebantur»). Fu ap­prezzato poeta e buon improvvisatore; la sua pro­duzione è per lo più sparsa in antologie o nei preli­minari di opere altrui. Direttamente a suo nome uscirono soltanto un Panegirico nel 1707 e un Ora­torio nel 1718; altri singoli componimenti uscirono adespoti o sotto pseudonimo; qualche altro è di dubbia attribuzione.

Nel 1705 fu accolto nell’Ac­cademia d’Arcadia con il nome Eniso Pelasgo; la stima di cui godeva e l’appoggio di Gravina, che dell’Arcadia era il «legislatore», gli ottennero di en­trare nel gruppo dei «colleghi» del custode (il con­siglio direttivo dell’accademia) e di divenire sotto­custode. Ma poiché tra Gravina e il custode dell’accademia Giovanni Mario Crescimbeni si giun­se a una dura polemica, sia per notevoli divergen­ze ideologiche ed estetiche, sia per la gestione dell’ accademia (che secondo molti Crescimbeni ave­va troppo rigidamente accentrato), sia per ripicche e puntigli accumulatisi nel tempo, P. assunse il ruo­lo di portabandiera dei «graviniani», gruppo mino­ritario ma forte e deciso.

Questi giovani, e primo il P. tra di loro, satireggiavano il Crescimbeni, che del sodalizio nato come «repubblica letteraria» aveva fatto una personale dittatura; e poiché l’arcade se­nese Ludovico Sergardi scriveva satire contro il Gravina, in P. nacque l’idea di satireggiare Cre­scimbeni in un poema eroicomico (Il Giammaria), al quale lavorerà per anni, lasciandolo però inedito. Il casus belli che porterà l’Arcadia a uno scisma scoppiò nel 1711 a causa dell’interpretazione data dal Crescimbeni (ovviamente a suo favore) alla norma sulla rotazione dei dodici Colleghi: mentre i «graviniani» volevano una vera rotazione (a gran voce la chiedeva tra loro Paolo Rolli), Crescimbe­ni voleva tenersi al fianco i suoi più fidi, in modo da mantenere il controllo di quel consiglio. Si giunse a una votazione generale e Crescimbeni ottenne la maggioranza, ma non di molto; allora P. e gli altri giovani letterati emergenti dell’opposizione non ac­cettarono il risultato e lasciarono l’Accademia per fondare subito dopo l’«Arcadia nuova» sotto la pro­tezione del principe Livio Odescalchi.

Ovviamente la polemica non si placò, e il partito di Crescimbeni accusava gli scismatici dell’ illegittimo uso del nome «Arcadia»; così, morto nel 1713 Odescalchi, P. e i suoi scelsero a patrono il cardinal Lorenzo Corsini (il futuro Clemente XII), che accettò a patto di mutare nome al nuovo sodalizio, che perciò fu chiamato Accademia dei Quirini. Il documento di fondazione (1° gen. 1714) reca undici firme; la prima è quella di P.; tra gli altri, i fratelli Rolli e un poeta di Cori, Giovanni Francesco Fasanella. Nel corso degli anni successivi i Quirini cercarono di esprimere un orientamento anticuriale (posizione non facile nella città del papa), in una visione della civiltà europea come sintesi della tradizione giuridica romana e del cristianesimo, senza privilegiarne, in uno spirito di tolleranza, il versante cattolico; visione che emerge con netto profilo, secondo un’acuta recente interpretazione (Alfonzetti), nella raccolta dei Quirini in lode di Eugenio di Savoia (1717); ivi, le canzoni di P. al gran generale delle armi austriache (un vero moderno eroe per il Gravina) tentano il tono «sublime», auspicando, in tono prerisorgimentale, che Eugenio metta fine alla secolare servitù civile e politica dell’Italia.

Restava dunque netto il contrasto con le idee e con le posizioni politico-religiose di Crescimbeni e dell’Arcadia a lui rimasta fedele. Anche quando, molti anni dopo, tra le due accademie si giunse a un appeasement, con l’ascrizione di parecchi letterati nell’una e nell’altra, P. non rientrerà mai nell’Arcadia, nei cui registri il suo nome appare cancellato; fece invece parte, oltre che dei Quirini, di un’altra accademia, gli Infecondi, dei quali sarà sottosegretario. Questa situazione di orientamenti politici, oltre a spiegare la migrazione di Rolli a Londra e l’attrazione delle capitali vittoriose (Londra, Vienna, Lisbona) su tanti artisti e letterati romani dell’epoca, dà ragione delle circostanze o committenze dei successivi componimenti di Petrosellini.

L’abito sacerdotale e la sua attività di curiale (lavorò anche per alti personaggi, tra cui i cardinali Passionei e Collicola) furono forse le ragioni del suo riserbo nelle pubblicazioni letterarie, dopo il protagonismo degli anni precedenti, del resto, gli affari da seguire e il suo stesso carattere lo stornarono dalla cura di una propria organica raccolta di rime. Anche il poema Il Giammaria ovvero l’Arcadia liberata rimase inedito; forse dopo la morte di Crescimbeni (1728) non gli sembrò il caso di risollevare polemiche ormai datate. La sua condotta appartata può giustificare anche l’assenza di contatti con Metastasio, che pure alla morte di Gravina (1718) ne era stato erede. P. abitò dapprima in via degli Spagnoli (presso via della Scrofa); ivi nel feb. 1726 subì un tentativo di rapina narrato dal Valesio: i due giovani malfattori, arrestati, si difesero dicendo che P. aveva avuta con loro «prattica disonesta», ma furono condannati anche per calunnia. In seguito P. abitò in una casa in via dell’Arco della Pace, dove morì.

Il 28 set. 1745, ancora in buona salute, aveva fatto testamento nella sacrestia della chiesa di S. Bartolomeo all’Isola Tiberina; queste le principali disposizioni: sepoltura nella sua chiesa parrocchiale; lascito del suo poema eroicomico L’Arcadia liberata, con lettera autografa (cioè prefazione) del Gravina, a monsignor Gaetano Fantuzzi (all’epoca uditore di Rota, in seguito cardinale); lascito di un volume manoscritto di sue composizioni poetiche al signor Francesco Collicola (ricco nobile di Spoleto, amante di poesia latina); un’edizione della Divina Commedia postillata con suo commento e note al poeta e amico Bernardo Bucci; due copie della Tebaide di Stazio volgarizzata dal cardinal Bentivoglio all’amico abate Giuliano Piersanti e al sacerdote Francesco Tofanelli; eredi universali i nipoti Giuseppe e Paolo, figli del defunto fratello Francesco. Un mese dopo la morte (la cui data è confermata dall’antico catalogo manoscritto della Bibl. Casanatense, vol. PEL-PHIL, c. 85v) si fece un inventario dei suoi beni (23 giugno 1747); la raccolta dei suoi libri legali fu stimata in 370 scudi dai periti librai Giovanni Domenico Giovannelli e Giuseppe Agazzi. Da questi documenti emerge che P., senza essersi arricchito con la sua professione legale, rimase per tutta la vita legato alla formazione datagli dal Gravina (nel testamento attribuisce gran valore alla Lettera al lettore scritta di suo pugno «dal chiarissimo fu abbate Gio: Vincenzo Gravina mio maestro» per L’Arcadia liberata), formazione nella quale Dante aveva un posto eminente, e legato altresì alla battaglia combattuta in gioventù insieme con gli amici dell’Accademia Quirina come Piersanti e Bucci.

Opere – Tra le opere si segnala All’illustriss. e rever. signor monsignor Pompilio Sebastiano Bonaventura già vescovo di Gubbio ed ora di Corneto e Montefiascone, panegirico poetico presentatogli in congiuntura della di lui prima entrata nella città di Corneto, composto […] da Domenico Petrosellini cornetano (Roma, per il Zenobj, 1707); nel 1892 fu pubblicato il suo poema eroicomico (Il Giammaria ovve­ro L’Arcadia liberata, poema satirico-giocoso inedito di Do­menico Ottavio Petrosellini, Corneto, Tip. Tarquinia, 1892).

BIBL. e FONTI. – AC, not. Jo. Laurentius Vannoi, sez. 27, t. 53, test, del 28.9.1745 (aperto il 14.5.1747). — Valesio, IV, pp. 637-638, 651-652; Vite degli Arcadi, v, p. 260; Fabroni, x, pp. 15-16; Quadrio, il, p. 393; Narducci 1877-78, p. 600; Ma­riani 1889; Mariani 1890; Dasti 1910, p. 278; Amedeo Quon­dam, La crisi dell’Arcadia, «Palatino», XII, 2, 1968, pp. 160-­170;  Esposito 1972, pp. 71-72, 78, 109, 122, 135, 165, 282, 472, 500; Giorgetti Vichi 1977, p. 95; Acquaro Graziosi 1991, pp. 25-26; Franchi 1997, pp. XXX, 41, 141, 145, 148, 150, 152, 154, 155, 230; Alfonzetti 2004, pp. 260-268.

 

[Scheda di Saverio Franchi – Ibimus; riduzione di Luciano Osbat – Cersal]